Vincenzo Labanca:

 

Cronache di brigantaggio

 

Percorso culturale di 

 

Mario Santoro

nel volume "Un brigante chiamato libero" tenta, e con successo, una rivisitazione del brigantaggio in controtendenza con le linee ufficiali di certa storia del passato, pur dichiarando l'autore che non c'è alcuna pretesa di connotarsi il suo lavoro come saggio storico sull'Unità d'Italia. Infatti il suo scopo è tentare di far chiarezza su certi fatti e contribuire a "far rinascere nei nostri giovani l'orgoglio di sentirsi lucani" che poi è niente altro che muoversi sulla linea della riappropriazione della nostra Identità.
Il modulo adottato è quello del romanzo che nulla toglie ai dati della realtà storica.
In quanto romanzo narra, per usare le stesse parole dell'autore " le vicende di Pietro Nicodemo, un giovane studente di medicina che, per un fatto apparentemente fortuito, viene catturato da una banda di briganti e tenuto prigioniero in una grotta in attesa del pagamento del riscatto da parte della famiglia".
La storia è ambientata nei giorni terribili del brigantaggio, visto dal di dentro con i suoi mille particolari e le tante sfaccettature; segue il tentativo da parte di Josè Borjés di riconquistare il regno, perduto a seguito della Spedizione dei Mille, sfruttando la situazione generale di malcontento e l'insurrezione contadina di Crocco Ninco-Nanco e altri briganti e quindi la lotta contro gli invasori piemontesi.
E così Pietro, nella sua prigionia, ha modo di conoscere non solo gli uomini che guidano la rivolta ma anche di sapere le vere ragioni che hanno spinte gli stessi alla sollevazione; ha pure modo di conoscere gli stati d'animo degli uomini che sono costretti a nascondersi e a vivere, spesso, di espedienti.
Anche se il romanzo si divide in tre parti (la prima ambientata nel lagonegrese, la seconda è incentrata sul viaggio di Borjés dalla punta estrema della Calabria fino a Rionero in Vulture, la terza nei dintorni di Potenza) , presenta struttura unitaria e forte senso della coesione perché il narratore sa mantenere insieme i fili del racconto e ciò rende il libro sicuramente più interessante spingendo il lettore ad una lettura attenta e tesa alla ricerca anche dei particolari.
Naturalmente non mancano pagine descrittive sempre accompagnate dall'elemento introspettivo affidato a espressioni efficaci ed immediate; ci sono poi rievocazioni di modi di vivere, di usi e di costumi che non prevaricano e quindi non abbassano il tono ed il livello della narrazione; non mancano, infine, pagine cariche di riflessioni e tali da mettere a nudo l'anima dei personaggi che sono uomini con tanto di sentimenti e di emozioni e che sono condannati ad essere dei 'vinti' e spesso ad assumere atteggiamenti apparentemente duri e burberi.
La suddivisione del volume in capitoli alleggerisce la complessità del racconto ma non abbassa la tensione e consente al lettore di trovarsi nelle storie, di ripiegarsi e di riflettere e dunque risulta assai valida sul piano metodologico e didattico, anche perché non scalfisce il senso della continuità del racconto.
E così si possono passare con disinvoltura i vari personaggi da Percuoco a Libero che chiude la serie, passando per Culopizzuto, Scoppettiello, Lestopede, Cancaricchio, Tenente Capillo, Antonio Franco, Capoluogo, Eggidione, Borjés, Mittica, Anonimo, Crocco, le Brigantesse, De Langlois, Ninco-Nanco, Caruso.
Si tratta di una carrellata di figure ben tipizzate dall'autore che ricorre a pochi tocchi di penna e non indugia mai nelle descrizioni che, anche per questo, risultano particolarmente efficaci e rimangono impresse nella mente.
Talvolta, come abbiamo fatto cenno, i personaggi mostrano maniere forti, grossolane, finanche guasconesche e tendono a manifestare prepotenze; altre volte presentano il lato più intimo e quasi il bisogno di lasciarsi andare; altre volte ancora paiono rassegnati al loro destino e ad una esistenza grama oltre che provvisoria; infine, talvolta, ostentano sgomento, rassegnazione che trapela dagli atteggiamenti, incapacità di reagire alla linea del destino e alla fatalità. Insomma c'è tutta la gamma dei sentimenti umani e dei comportamenti e c'è il silenzio gravido di interrogativi e di qualche pentimento quando Lestopede, che non è stato capace di uccidere e quindi è deriso dai compagni di ventura o di sventura, ricevuto l'ordine di andare ad attingere acqua, scompare quasi nel nulla e nessuno fa niente per andarlo a trovare. Qualcuno teme per la sua vita e ipotizza che possa essere caduto in una trappola mortale; qualche altro invece avanza l'ipotesi che a tendersi la trappola sia stato egli stesso che più volte ha blaterato di farla finita. E nell'impossibilità di ognuno di fare qualcosa, affiora qualche pentimento per una parola di troppo detta alla sua persona, prima di passare alla cena che con le sue carni arrostite sul fuoco, determina una sorta di forzata allegria e di ritorno alla normalità e chiude ineluttabilmente la storia dello sfortunato e infelice brigante.

L'ultimo lavoro di Vincenzo Labanca è "Le memorie di una brigantessa" che, come sostiene lo stesso autore in prefazione, "è un Romanzo Storico che ha la pretesa, sì la pretesa, di voler raccontare finalmente la verità dei fatti che realmente accaddero nel Sud Italia nel periodo della Spedizione dei Mille ed in quello successivo della conquista del Regno delle due Sicilie da parte del Regno di Sardegna e di Piemonte per fare quella unità d'Italia che tanti, e molti ancora oggi, non volevano affatto".
Ora, indipendentemente dal quadro di riferimento storico e dagli aspetti specifici, appare evidente nel volume un'altra faccia della verità o per lo meno un insieme di possibilità di interpretazione diversa della stessa con chiavi di lettura per troppo tempo ignorate.
Risultano evidenti, già al primo impatto, nel percorso attraverso la memoria della brigantessa, la chiarezza espressiva, in un linguaggio estremamente accattivante nella sua semplicità ed immediatezza comunicativa, ed il riferimento a dati ambientali assai precisi, collocati nella nostra regione e particolarmente in alcune zone, a situazioni ancora tutte da chiarire, a fenomeni legati fortemente al brigantaggio sempre esaminato dal di dentro, e senza la frettolosità della condanna acritica di certa storia ufficiale, a forme di violenze e di soprusi da parte delle autorità, spesso del tutto gratuiti e volutamente ignorati.
Emerge, di conseguenza, un quadro complesso e variegato che non può essere liquidato troppo facilmente ma richiede approfondimenti, considerazioni, rilievi, documentazioni, analisi sul piano storico, politico, economico e sociale.
Protagonista della storia romanzata è Serafina Ciminelli, druda del capobanda Antonio Franco e costretta a vent'anni di carcere scontati con dignità.
Gli eventi si snodano leggeri ma al tempo stesso gravidi di situazioni se non di conseguenze nel racconto di Serafina che, appunto in prigione, conosce Giulia Siepelunga, studentessa che sta lavorando a una tesi sul brigantaggio.
Dopo qualche difficoltà iniziale diventa quasi naturale per la protagonista narrare la sua storia che non è soltanto il racconto individuale e personale di una persona ma è anche quello di tanti sfortunati compagni di sventura; i fatti vengono presentati con oggettività e risultano veri e non manca, storia nella storia, una notazione personale assai forte: ritrovare, uscendo dal carcere dopo aver pagato il suo tributo alla giustizia, il figlio, avuto con il brigante Antonio Franco negli anni della latitanza, che no vede da quando a tre mesi di vita ha dovuto lasciarlo e che suppone sia vivo.
Tutto il racconto risulta interessante, a tratti piacevole e intrigante, generando curiosità ed interessamento mentre la suddivisione in capitoli alleggerisce la lettura e attribuisce agli stessi la funzione di cartelli indicatori di un percorso unico anche se con ramificazioni mai eccessive e quindi senza il rischio della dispersione. Capitoli come tasselli guida, insomma, per il lettore che rimane incatenato e avvinto e soprattutto si accorge di trovarsi dinanzi a fatti e situazioni che possono essere analizzati da altre angolazioni: un volto nuovo e diverso della storia.
Non mancano pagine davvero emozionanti nelle quali emergono sensazioni, sentimenti, umori, tenerezze mascherate, sgomenti, elementi di lacerazioni anche profonde e, sin dall'inizio, la storia si carica di connotazioni e di inferenze che incuriosiscono ed attirano mettendo il personaggio principale al centro dell'attenzione, protagonista a tutto tondo, donna capace di soffrire e di amare e di conservare il senso dell'autenticità anche dopo anni di carcere e di sofferenza nella prudenza e nell'atteggiamento quasi ostile e di chiusura:

" 'Zarafì dicimmello picchì stai 'ngalera!' (Serafina dimmelo perché ti trovi in galera!), provai a chiedere con quel poco di accento dialettale che avevo imparato nei quattro mesi trascorsi al Sud.
Ma Serafina non rispondeva.
C'erano voluti tre giorni per farmi dire come si chiamava, eppure glielo avevo chiesto in tutti i modi possibili: con la dolcezza e con la prepotenza, con la grazia e con la volgarità, con tutta la pazienza che non credevo di avere, ma niente, quella donna, dall'apparente età di cinquanta anni, proprio non ne voleva sapere di rispondere. Rimaneva immobile per ore ed ore in quel misero tugurio del carcere femminile di Potenza con lo sguardo perso nel vuoto a cercare chissà quale ricordo o a rivivere vissuti lontani; sembrava proprio di non essersi accorta che da tre giorni divideva con me quella misera cella del carcere!
'Come ti chiami?' avevo continuato a chiederle, e per tre giorni la domanda era caduta nel vuoto. Quando oramai la speranza sembrava definitivamente persa, l'anziana donna, più che rispondere alla domanda che insistentemente continuavo a farle, d'improvviso aveva fatto uno scatto col suo esile corpo e, quasi come un ordine, aveva sibilato:
'Che giorno è oggi?'
'Te lo dico se tu mi dici come ti chiami!' le avevo risposto severa.
La donna si era girata verso di me e forse allora mi aveva visto per la prima volta. Mi aveva gettato addosso uno sguardo che sapeva di tante cose, un misto d'odio e di disprezzo, o forse d'invidia, uno sguardo che ancora oggi, dopo tanto tempo, non sono riuscita a decifrare completamente.
Forse cedendo al mio ricatto o forse perché interessata a quello che mi aveva appena domandato, si era rigirata nuovamente dall'altra parte e con una voce fredda e distaccata aveva sparato:
'Zarafina… Mi chiamo Zarafina!'"

Si apre così la storia che si presenta già densa di contenuti che saranno manifesti ma anche di informazioni che rimarranno più o meno sottese, legate all'ombra del dubbio e dell'incertezza, volutamente sospese.
Oltre alla storia e al suo filo di narrazione il libro presenta una infinità di allusioni, una miriade di riferimenti certi, una serie di indicazioni precise e puntuali che denotano da parte dell'autore uno studio attento ed approfondito ed una ricerca della verità.
Ci sono, nella rievocazione della Serafina, personaggi svariati della storia ufficiale come Garibaldi, Bixio, il re di Borbone, de Rolland, ma anche briganti come Crocco, Ninco Nanco, Franco, Borjés; non mancano riferimenti a figure meno importanti ma pure ugualmente significative: il mulattiere Rocco Gallo, il commerciante Nicola Zamparella, il pecoraio Eggidione e poi ancora Peppe U Sciupafemmene, Malacarne, Scovariello, Cuciniero, Pettinicchio, Concristo, Cappuccino, Melidoro, Priscente, U figlie du Previte.
Si tratta di un'enorme coreografia che contribuisce a realizzare atmosfere davvero particolari rese al meglio dalla facilità di dialogo sempre lineare e chiaro e tenuto sotto controllo dall'autore ma anche da richiami a luoghi diversificati: Rionero, Avigliano, Monticchio, Lagopesole, San Severino Lucano, Rotonda, Castelluccio, San Giorgio Lucano, Lauria, Agromonte, Rivello, San Paolo Albanese.
E l'autore sa trovare anche una chiusa felice nel richiamo alla pubblicazione del manoscritto di Giulia attraverso Matteo e quindi per mezzo dell'autore:

"Matteo non ha avuto la forza, o è meglio dire il coraggio, di rileggere il manoscritto; lo ha dato a me dove io ci ho solo aggiunto il Prologo all'inizio e l'Epilogo alla fine e, così com'era l'ho portato ad un Editore, il primo che mi è capitato: Zaccara
E Zaccara l'ha pubblicato!

E con questa battuta dell'autore anche noi chiudiamo ma siamo certi di tornare a parlare ancora di Vincenzo Labanca che ha imboccato un filone destinato ancora a offrire elementi di novità,
E dunque lo attendiamo a nuovi lavori.