Sangue di Brigante
Quante volte passando per
i boschi, le valli e le creste montane della nostra Patria abbiamo
palpato la forte presenza di loro, i fieri artefici della più tragica
resistenza armata che la nostra Terra abbia mai conosciuto: I
Briganti.
Le stesse forti sensazioni
che si provano sugli spalti di Gaeta e di Civitella dove ancora
echeggiano gli URRA' dei giovani soldati delle Due Sicilie, dove il cannone
rintrona in un eco eterno la rabbia di una guerra impari ed ingiusta.
E' lo spirito della Patria
che, in quei luoghi che hanno visto la esaltazione dei più alti ideali di
giustizia e di amore per la propria Terra, trasmette ai suoi figli prediletti
le sensazioni più struggenti.
Il compatriota Vincenzo
che ci scrive, prima di essere immerso nella verità storica, sentiva che quei
paesaggi a lui cari emanavano un fascino irresistibile, una intensa bellezza
ma non sapeva andare oltre, non conosceva le anime di quei luoghi.
Adesso che la nebbia delle
menzogne e dell'oblio si è diradata, tutto è diverso e quei monti e quei
boschi da belli diventano sacri, da solitari diventano affollati da una
moltitudine di guerriglieri in armi. E come per incanto diventa uno di loro.
E' il sangue di
brigante che si ribella e ribolle di rabbia e di amore per
una terra troppo bella per essere offesa, troppo cara per essere dimenticata.
Cap. Alessandro Romano
Trasmettiamo la lettera del
compatriota Vincenzo Di Francescangelo che, per la sua commovente passionalità
e per la sua accorata semplicità, merita di essere conosciuta e meditata.
Un saluto mio capitano,
Sono Vincenzo della gendarmeria dei confini del
nord, il Cicolano.
Ti devo ringraziare perché questa estate sono
tornato in quei luoghi che mi riempiono gli occhi di gioia, però
guardandoli con il cuore. E questo grazie a te e a tutte le cose che ho
letto sulla nostra Patria e sugli eroi che l'hanno popolata.
Mi sono trovato spesso ad incantarmi in
prossimità di una macchia di faggio o sui bordi di un ruscello e vedevo i
nostri avi che mi guardavano mentre mangiavano pane e formaggio. Li vedevo
in piedi con i vestiti laceri ed impolverati, con le barbe lunghe ed i
capelli sporchi. Erano in piedi perché continuamente braccati dai
bersaglieri e, peggio, dalla guardia nazionale, i loro fratelli. Masticavano
e mi guardavano ... mi sorridevano, gli cadevano molliche di pane sulle
giacche sporche perché vivevano alla macchia da giorni, da
settimane, da anni. Sparavano uccidevano e venivano uccisi, eppure
sorridevano. Li ho visti salire a cavallo e prendere su per la costa della
montagna per trovare un posto per la notte, un rifugio più sicuro. Li ho
visti diventare ombre con lo sfondo del sole che tramonta, fino a diventare
dei puntini all'orizzonte e svanire nella natura.
Mio capitano, io queste cose le ho immaginate
davvero tutte quelle volte che sono passato a piedi sulle mie montagne e
tutte le volte mi è venuto un groppo alla gola e le lacrime agli occhi. Mi
dispiace di essere nato oggi ... avrei voluto vivere con loro sui monti,
soffrire con loro, mangiare con loro pane e formaggio appoggiato ad un
fucile e, magari, avrei visto un mio discendente del 2004 mentre passeggiava
nei boschi e che, a differenza di me, sorrideva con noi. Quel suo
sorriso ci avrebbe fatto capire e pensare, mentre salivamo la montagna,
che la nostra causa sarebbe andata a buon fine, nonostante tutto, e che
i nostri fratelli non erano morti invano e che, soprattutto, i nostri
discendenti sarebbero stati liberi di leggere le nostre gesta a scuola, sui
libri di testo, e liberi di festeggiare le date a noi care.
Scusami, ma volevo farti partecipe dei miei
sentimenti anche se, magari, non riesco a metterli giù bene
grammaticalmente. Ma è ciò che ho nel cuore anche se non mi riesce facile scriverlo.
Spero di non averti annoiato, ti
auguro salute. A presto risentirci.
Qui ai confini del nord, nel Cicolano tutto va bene...
Vincenzo Di Francescangelo
Il seguente proclama fu
scritto dall'illustre Giacinto De Sivo, scrittore e Legittimista che
seppe raccogliere in poche ma toccanti righe la tragica e tenace resistenza
che il Popolo Meridionale stava opponendo ad una crudele e devastante
invasione.
Traspare evidente che tra
gli alleati fedeli dei Briganti vi erano i monti Appennini "fatti
da Dio per la nostra indipendenza".
Cap. Alessandro Romano
FUORI LO STRANIERO!
Gaeta e
Civitella crollano sotto le bombe, ma sono incrollabili gli Appennini
fatti da Dio per la nostra indipendenza. Fuori lo straniero! é il
grido terribile di tutta una gente oppressa: ogni valle, ogni grotta, ogni
macchia ne ripete l'eco; un popolo non può tutto andare in esilio, o in
carcere, o in tomba. Vi saran sempre braccia per combattere e seppellire l'avido
invasore sotto le campane glebe. Assaporati i mali dello straniero governo
"liberatore", i Napoletani rimpiangono la pristina pace, e il loro
patrio governo. Viste le rapine delle "annessioni", anelano a'
benefici della restaurazione; visto il re Sabaudo, rivogliono il re Borbone.
Questa volontà é manifesta. Lo dicono gli stessi oppressori, co' loro eccessi;
eglino stessi appellano borbonica la reazione; e di più l'han battezzata
malvagia. Il venirci ad incatenare é eroismo; il volerci noi redimere é
malvagità! Ma se l'azione fu rea, la reazione é santa. Che vale che i tristi
la dicano "brigantesca"? Ne avete tolte l'arme a tradimento, e siamo
briganti combattendovi senz'arme alla svelata? Briganti noi combattenti
in casa nostra, difendendo i tetti paterni; e "galantuomini" voi
venuti qui a depredar l'altrui? Il padrone di casa é il brigante, e
non voi piuttosto venuti a saccheggiarne la casa? Ma la coscienza universale ha
giudicato; e già l'Europa ha imparato a intendere a rovescio le vostre parole.
Se siamo briganti, quel governo che sforza tutto un popolo a briganteggiare é
perverso. Quel governo che s'impone con le bombe e le fucilazioni é spietato; e
se prima poteva avere amici fra gli illusi, dopo la prova ha solo oppressi che
l'aborrono. E questo nome stesso di briganti, che fu già tristo ed abbietto,
noi lo facciamo amare dall'anime gentili, e lo renderemo glorioso.
Sinché il re combatteva, noi eravamo con esso su' campi dell'onore; oppresso il
re, era da scegliere fra il servaggio e la morte. Fu necessità salire su' monti
a trovar la libertà. E quasi un anno che combattiamo nudi, scalzi, senza pane,
senza letto, senza giacigli, sotto i raggi cocenti del sole, o fra' geli
dell'inverno, entro inospitali boschi, sovra sterili lande, traversando fiumi
senza ponti, travarcando muraglie senza scale, affrontando inermi gli armati,
conquistando con le braccia le carabine e i cannoni, e strappando pur su' piani
campi di Puglia e di Terra di lavoro la vittoria a superbissimi nemici. E' quasi
un anno che versiamo il sangue, fra le benedizioni de' sofferenti, sostentati
dall'amore de' popoli più miseri di noi, e sorretti da quel Dio che non
abbandona mai gli oppressi. E' un anno che sventoliamo sugli occhi di questi
vani strombazzatori di trionfi, la santa bandiera de' gigli che essi indarno
cancellano da' patrii monumenti, e che sono sculti nei cuori di nove milioni
d'abitanti. Viva Francesco! é l'unanime grido de' prodi.
Monte
Vulture, 1861
Giacinto
dé Sivo