Prefazione

Le indagini sulla natalità italiana dell’ultimo decennio sono a dir poco allarmanti: 0,8 figli per ogni donna in età fertile: un primato negativo mondiale!
Un primato mondiale che solo pochi popoli della terra hanno saputo far meglio (o peggio!) nel corso della Storia: peggio di noi fecero i Maya, e dopo di loro gli Aztechi, i Sioux e gli Apache, gli Aborigeni australiani ed i Maori. Forse gli Ittiti. Popoli estinti o destinati inesorabilmente all’estinzione. Sarà così anche per gli Italiani?
Affinché un popolo mantenga il suo status demografico è indispensabile che il tasso di fertilità per donna sia almeno pari a tre; praticamente ogni coppia fertile deve mettere al mondo almeno tre figli: i primi due per rimpiazzare i genitori nella generazione successiva ed un terzo per sostituire tutti quegli individui che non avranno la possibilità o l’occasione di generare figli propri. Alludo ovviamente a tutti i consacrati religiosi, agli sterili, agli impotenti, ai gay, a quelli che non si sposano, ai portatori di handicap e a tutti coloro che per qualsiasi causa al mondo muoiono prima di raggiungere la pubertà, o comunque prima ancora di poter generare progenie.
Tre figli dunque per donna e non 0,8!… Cento donne 300 figli e non solamente 80 come oggi si verifica in Italia.
Che cosa è successo?… Che fine hanno fatto in Italia le meravigliose famiglie di 5-6 figli per coppia dell’immediato dopoguerra?… E quelle, comunque numerose, dei primi anni ’60 e ’70?
Svanite, dissolte, sparite nel nulla!
E le cause?… Le cause di tanta sterilità?
Le cause di questa drammatica situazione italiana sono molteplici, alcune di esse sono comuni ad altri popoli progrediti e civili come il nostro mentre altre cause sono solo ed esclusivamente italiane.
Tra le prime ricordiamo la lungaggine dei corsi di studi, il carrierismo al femminile, (o, se volete, “le pari opportunità”) la crisi del matrimonio, la cultura dell’estetica, l’egoismo dei giovani, l’individualismo esasperato, il libertinaggio sessuale, l’abbandono dei valori tradizionali, l’americanismo scimmiottato, il benessere esasperato: praticamente “La Sindrome del coniglio!”
Tra le cause invece tutte nostre, tutte italiane, e che rendono il dato da noi ancora più allarmante rispetto ai francesi, ai tedeschi, agli svedesi o agli stessi americani, annoveriamo la mancanza di una vera legge che tuteli seriamente la maternità; i ridicoli assegni familiari e le grottesche detrazioni fiscali per le famiglie numerose; la mancanza di strutture statali o condominiali per l’assistenza ai bambini in età prescolare e l’assoluta mancanza di qualsivoglia iniziativa culturale, pubblica o privata, volta a stimolare la voglia di maternità o di paternità degli italiani.
Ed ultimo ma non ultimo, quell’assurda eccezione tutta italiana che vieta alle sparute quanto eroiche coppie, impossibilitate ad avere un figlio tutto loro ma desiderose comunque di maternità, di potersi sottoporre alla “peccaminosa” quanto diffusissima (all’estero) fecondazione eterologa. Praticamente la “Sindrome del Vaticano!”

La storia che narriamo in questo romanzo è una storia moderna, una storia dei tempi nostri: la storia di Marta, una donna che, laureatasi assai tardi (come fanno spesso i “bamboccioni” italiani di oggi), impegnata in carriera ed in politica a tempo pieno, completamente appagata sessualmente dalla emancipazione e dal libertinaggio sessuale in uso nei nostri giovani, è giunta alla soglia dei quarant’anni credendo che la gioventù fosse eterna e che ella a null’altro avesse da dar conto che al suo smisurato egocentrismo. Ma un giorno, un fatidico giorno d’aprile, la povera Marta entrando in chiesa all’improvviso si accorge che il tempo è passato e che sta lì lì per diventare Zitella!
All’ora del vespro, in quel piccolo paesino di provincia dove ella vive (dove è tornata a vivere coi genitori dopo il fallimenti dei suoi sogni e delle bramate carriere cittadine), Marta si accorge che a seguire il prete nell’omelia ci sono, oltre a lei, solo vecchie bacucche, vedove sconsolate, libertine divorziate, anziane donne sedotte e abbandonate e, appunto, un nutrito stuolo di Zitelle.
A quella vista, ed alla immediata riflessione che ne consegue, Marta fugge inorridita dalla chiesetta senza voltarsi più indietro e ripara in casa dei genitori, cadendo in una momentanea e profonda crisi depressiva. Il rimanere Zitella significa non solo non avere un marito ma dover rinunciare altresì anche alla maternità e per lei, più il tempo passa, più lei ci pensa e più si fa pressante la sua Voglia di un Figlio.
Dalla profonda riflessione che ne consegue Marta si accorge che a lei non dispiace tanto non avere un marito al suo fianco (che può surrogare in tanti modi!) ma quanto che il diventare Zitella comporta di dover rinunciare per sempre alla Maternità, ad essere cioè una MAMMA!
Ma il carattere è carattere e, superata la crisi Marta, non si perde d’animo e decide, seppure in ritardo, di rimediare a quella brutta situazione in cui è venuta a trovarsi. Ma per riuscire nel suo intento Marta deve dapprima trovare un uomo che le vada a genio (col quale eventualmente sposarsi) e poi, semmai vi riuscirà, adoperarsi per farsi mettere incinta da lui!
Ma per lei, a quell’età, non è facile trovarne uno adatto, anche perché gli uomini migliori se le sono già accaparrate a tempo debito le sue compaesane e se li tengono ben stretti; gli altri, o sono troppo giovani o sono troppo “racchi”.
E intanto, mentre lei si affanna in questa difficile ricerca, il tempo passa. E più il tempo passa e più la sua Voglia diventa Ossessione tanto che Marta sarebbe disposta a farlo con chicchessia pur di soddisfare la sua smisurata Voglia di un Figlio!
Quando sembra di aver perso oramai ogni speranze, un giorno Marta incontra (e seduce) Ferdinando, una sua vecchia fiamma d’università, già sposato e già divorziato (e con già tre figli a carico!). Marta ritiene Ferdinando l’uomo giusto con cui fare quel figlio che a lei tanto preme (anche perché è già collaudato!). E allora Marta, sfacciata, glie lo domanda.
Ferdinando, che tutto desiderava tranne che rogne, accetta di assecondarla in questo suo desiderio solo a patto di maritarlo e così, a tempi stretti e senza tanti fronzoli, i due si sposano ed iniziano a sudare le proverbiali “sette camicie” notturne per riuscire a concepire quel figlio tanto desiderato (da Marta, ovviamente!).
Ma ogni fatica è vana (Marta ha raggiunto e superato i quarant’anni!) e dopo averne provato di tutti i colori Marta, e il mansueto Ferdinando che la segue a ruota, iniziano il penoso e oneroso calvario delle coppie sterili, provando e sottoponendosi a tutta una serie di cervellotiche e prodigiose terapie di prodigiosi e cervellotici ginecologi, di cui l’unico risultato concreto è l’alleggerimento sostanzioso delle loro finanze economiche.
Preso atto dell’impossibilità di generare un figlio proprio con i metodi naturali Marta, (abusando a volte della bontà del povero Ferdinando) inizia un lungo e penoso calvario tra le cliniche italiane per sottoporsi alla difficile quanto onerosa Fecondazione Assistita.
Niente!… Niente!… Con Marta non funziona neanche quella!
Qualcuno dovrebbe dirglielo però alle donne in carriera, tipo Marta e dintorni, che la Natura non ha adeguato i cicli biologici delle femmine (pubertà, maternità e menopausa) in funzione dei capricci, delle esigenze e dei desideri delle donne moderne!

Ma la storia di Marta non si ferma al fallimento della Fecondazione, Omologa o Eterologa che fosse perché quando lo si vuole si può essere Madre anche senza aver mai partorito. E Marta, che Mamma ci voleva essere ad ogni costo, Mamma fu!

E che Mamma!… E che storia!… E che meravigliosa storia di Mamma!

Il romanzo è pertanto un viaggio a tutto tondo nel mondo della maternità moderna, passando appunto dalle cure miracolose dei medici d’assalto alla Fecondazione Assistita, dall’Affido Temporaneo di Minori in difficoltà per giungere alfine a quella esperienza meravigliosa che è l’Adozione. Un romanzo avvincente, pieno di colpi di scena, di emozioni e di sentimenti; emozioni e sentimenti che solo un argomento così sublime e così delicato come la Voglia di un Figlio di una madre e come una pratica di Adozione Internazionale di una coppia possono fornire; un libro da divorare tutto d’un fiato e, come in ogni romanzo che si rispetti, con una lieta quanto bizzarra sorpresa finale.


Dimenticavo una cosa: La storia di Marta è la storia di mia moglie!...
(…e Ferdinando altro non è che il sottoscritto)